via Germanico, 172 – Roma – Municipio I
Installazione del 9 gennaio 2023
Federico Uberti
Nato a Roma il 4.5.1890. Figlio di Vittorio e D’Arcangelo Carolina. Vedovo di Cecchini Assunta, due figli. Mestiere dichiarato: esattore.
Schedato presso il Casellario Politico Centrale come Anarchico, ammonito e diffidato, di professione infermiere
Arrestato a Roma il 20.12.1943 da agenti di Pubblica Sicurezza del Commissariato Prati. Detenuto a Regina Coeli dal 21.12.1943, matricola n. 13290.
Deportato da Roma il 4.1.1944 a Mauthausen. Matricola n. 42213.
Ucciso nel Castello di Hartheim il 5.10.1944
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Durante un viaggio a Mauthausen nel novembre 2011 effettuato con componenti della Comunità Ebraica di Roma, la famiglia Pavoncello riconobbe in una lapide esposta nel Castello di Hartheim il nome di Federico Uberti, assieme ad altri due amici anarchici, e si ricordò di un racconto del padre Vittorio Pavoncello.
Questo momento è ricostruito in E. Iafrate, Elementi indesiderabili, Roma, Chillemi, 2015 (a cura di E. Guida), di cui proponiamo un estratto:
Secondo le memorie di Vittorio Pavoncello, il pomeriggio del 16 ottobre [Uberti] aveva dato rifugio a lui e al padre:
[…] ci accolse affettuosamente […]; ci diede davvero un’ottima accoglienza […]. Non ci fece mancare nulla: alla donna di servizio disse che eravamo suoi parenti sfollati da Anzio […] e spesso riusciva a rimediare alla borsa nera generi alimentari per il nostro sostentamento. Infatti, ricordo che la mattina, per colazione, trovavo in tavola ricotta, pane, burro e marmellata. «[…] Mi ricordo che il Signor Uberti mi portava con lui a distribuire giornali sovversivi visto che, come ragazzino, davo meno nell’occhio. Tenevo sotto il paltò invernale alcune copie dell’«Avanti!» e di «Bandiera Rossa». Andavamo presso la grande vetreria Squarzanti, in via Arenula. Il direttore mi accoglieva vicino al suo bancone alto e mi prendeva dalla tasca questi giornali. Poi uscivo e tornavamo a casa»).
“Ma alla vigilia del Natale 1943, in una piccola osteria di Via Fabio Massimo […], la resistenza del quartiere Prati mise in atto un attentato e buttarono tre bombe”. “Allora”, prosegue Pavoncello, “le SS italiane si presero tutti quegli antifascisti che già erano stati segnalati […] e vennero anche a casa di Federico Uberti”
Bussarono di notte, lui andò ad aprire e fu costretto a seguire le guardie; e lo fece in punta di piedi, senza tradire la nostra presenza in casa. Si vesti, baciò il nipote, salutò la figlia e lo portarono via.
