Via Collazia, 20 – Municipio VII

A figli, nipoti ed a chiunque voglia sapere e non dimenticare.

di Samuele Di Capua

Di Capua Elisabetta Margherita, detta Rita, nata a Roma il 27.05.1907, figlia di Samuele e Baraffael Fiorina.
Ultima residenza nota: Roma
Arrestata a Roma il 16.10.1943 da Tedeschi.
Detenuta a Roma, Collegio Militare
Deportata da Roma il 18.10.1943 a Auschwitz.
Immatricolazione dubbia.
Deceduta in luogo e data ignoti.
(Fonte 2, Convoglio 02)

Baraffael Fiorina, nata a Roma il 13.11.1868, figlia di Giuseppe e Campagnano Elisabetta, coniugata con Samuele Di Capua.
Ultima residenza nota: Roma
Arrestata a Roma il 16.10.1943 da Tedeschi.
Detenuta a Roma, Collegio Militare
Deportata da Roma il 18.10.1943 ad Auschwitz.
Uccisa all’arrivo ad Auschwitz il 23.10.1943.
(Fonte 2, Convoglio 02).

16 Ottobre 1943
La mia famiglia era all’epoca in questione costituita da mio padre, Giuseppe, mia madre, Emilia, nonna Fiorina (la madre di mio padre), di settantacinque anni, sua sorella Rita di trentasei anni e da me, mio fratello Enrico di tre anni e mezzo più piccolo di me e da mia sorella Valeria che aveva solo sei anni.
La nostra era una famiglia ebrea, anche se mia madre era cristiana.
Noi siamo cresciuti secondo le tradizioni ebraiche, trasmessaci soprattutto da nonna Fiorina. Mamma e papà erano invece piuttosto tiepidi per quanto riguardava la nostra educazione religiosa. Del resto se si erano sposati pur essendo di religioni diverse, significava forse che l’amore reciproco era superiore alle loro convinzioni religiose.
Tuttavia ricordo che papà mi portava sin da piccolo nel tempio in occasione delle cerimonie religiose legate alle festività ebraiche. In quelle occasioni avevo l’opportunità di incontrare e conoscere gli altri parenti ebrei.
Grazie a mia nonna, l’atmosfera che si respirava a casa era quella di una famiglia ebrea. Tutte le sere, prima di andare a dormire, lei mi poneva una mano sul capo e diceva “che Dio ti benedica”. Aveva una predilezione per me, sia perché mi chiamavo Samuele come il defunto marito, ma soprattutto perché ero il primogenito, e ciò era ed è molto importante nella religione ebraica. Io, più dei miei fratelli, ero cresciuto secondo i dettami della religione; appena nato ero stato presentato al tempio, ero stato circonciso e crescevo così come colui che da grande era destinato ad assumere il ruolo di capo famiglia.
L’atmosfera che vivevo in famiglia era serena. Mi trovavo al centro delle attenzioni e degli affetti di tutti i parenti, soprattutto di quelli della parte di mamma. Tutte le attenzioni erano per me; tutti facevano a gara nel portarmi con loro e mi coprivano di regali. Sembra che ciò era agevolato dal fatto che da piccolo ero molto simpatico, virtù che non so se perdurasse nel corso della crescita… Tutto ciò però avveniva a discapito dei miei fratelli.
In quegli anni in Italia eravamo sottoposti al regime fascista, con il quale il dittatore Benito Mussolini aveva privato la nazione di tutti i diritti civili: non c’era libertà di pensiero, né di stampa. Non esisteva un Parlamento democratico. Tutto ciò con l’assenso del Re.
La mia infanzia trascorreva così in maniera senz’altro piacevole e tranquilla.
Andavo e scuola vicino casa, alla “Mario Guglielmotti”. Frequentai l’asilo a cinque anni. L’anno successivo passai direttamente alla seconda classe. C’erano molti compagni simpatici, alcuni dei quali li ricordo ancora. Trascorsi così anche la terza e la quarta. Ogni sabato, come tutti i coetanei, partecipavo al “sabato fascista”. Ero un “Balilla”, vestito da piccolo militare, con tanto di moschetto.
Quando arrivò il momento di frequentare la quinta accadde, ai miei occhi, qualcosa di strano. Era iniziato l’anno scolastico, vedevo i bambini andare a scuola, ma io rimanevo a casa, incontravo i miei compagni che mi chiedevano i motivi della mia assenza, ma non sapevo cosa rispondere. Percepivo che stava accadendo qualcosa, ma non capivo cosa fosse. Finché non mi risultò chiara la realtà del momento: erano state promulgate le crudeli leggi razziali antisemite, volute da Mussolini per compiacere il suo alleato tedesco Hitler. Esse stabilivano che gli ebrei non potevano frequentare le scuole statali, non potevano insegnare in esse, erano esclusi dagli impieghi statali, dalle università; non potevano avere alle loro dipendenze personale ariano (si chiamava così chi non era ebreo).
Noi che avevamo un genitore ebreo e l’altro cristiano eravamo considerati ebrei a tutti gli effetti, pertanto io non potevo più andare nella scuola dove ero stato fino ad allora, non sarei più potuto stare con i miei compagni, non avrei più giocato con loro! Ero stato, a nove anni, allontanato da quello che fino ad allora era il mio mondo, senza capirne la ragione.
Iniziò quindi un periodo frenetico per cercare una soluzione. Apparve chiaro che potevamo frequentare scuole private, ma le uniche esistenti erano cattoliche. Avremmo potuto, mio fratello ed io, trovare accoglienza presso l’Istituto “San Filippo Neri”, di Don Orione, ma eravamo ebrei e loro accoglievano solo ragazzi cattolici!
Si trovò così una amara soluzione: noi dovevamo essere battezzati, purché prima i nostri genitori si sposassero con il rito cattolico. Fu così che i mei celebrarono il loro terzo matrimonio, dato che nel 1927 si erano uniti in matrimonio prima al Tempio israelitico e, successivamente, al Comune.
Solo dopo, ricominciammo a tornare a scuola, in questa nuova scuola, dove si entrava la mattina alle otto, ascoltando la Messa, per iniziare le lezioni alle otto e trenta.
La Messa era per me un’esperienza nuova, ci capivo poco, anche perché a quell’epoca era tutta in latino.
Durante le lezioni, in quinta, la religione aveva un ruolo importante, direi preponderante, e mi trovai bruscamente a fare i conti con questa nuova religione, che a me appariva di difficile comprensione in molte sue asserzioni. A nove anni, senza che nessuno mi aiutasse a condurmi gradualmente in questo difficile percorso attraverso una nuova fede, mi trovai disorientato e scettico. Facevo ormai parte di un credo religioso dove venivano espressi concetti molto diversi da quelli che, fino ad allora, mi erano stati familiari. Mi veniva prospettato un aldilà dove non saremmo stati tutti uguali, ma dove i battezzati raggiungevano la salvezza, negata però a coloro che professavano altre fedi. Mi risultava difficile credere che quello che era raggiungibile da noi figli (ormai cristiani) e da mia madre, non lo poteva essere da mio padre.
Tutto ciò mi poneva in una situazione esistenziale di vago disagio e mi portò a considerare da allora in poi le questioni religiose con un vago senso di distacco.
Da quel lontano 1938 trascorsero alcuni lunghi e sofferti anni, nei quali eravamo sottoposti penosi attacchi da parte della propaganda fascista che giustificava sulla stampa ed attraverso la radio l’inferiorità della razza ebraica rispetto a quella “ariana”. Anche se io ero stato battezzato, per la legge fascista ero considerato ebreo a tutti gli effetti, così come tutta la famiglia, con tutte le limitazioni che ci venivano imposte. Ad esempio, noi avevamo in casa una radio, ma ciò, da allora, ci veniva proibito!
Si viveva, nella vita di tutti i giorni, nel quotidiano, una situazione avvilente, umiliante. Per strada, recandomi a scuola, passavo davanti ad una casa dove un ragazzo più grande di me incitava i due fratelli, più piccoli di me, ad appellarmi tutti i giorni, “Abramuccio”. Era noto che la situazione degli ebrei, nel resto dell’Europa sotto l’influsso della politica nazista, non era migliore. Anzi, si cominciò a sapere di discriminazioni e persecuzioni. L’orientamento e la determinazione di Hitler, il capo dello Stato tedesco, miravano all’eliminazione degli ebrei, dovunque fossero presenti nelle zone dove i nazisti ponessero gli altri Stati sotto il loro dominio, iniziando con l’Austria.
Nel 1939 scoppiò poi un conflitto bellico che fu denominato Seconda Guerra Mondiale, che vide schierata la Germania contro la Polonia, la Cecoslovacchia, la Francia e la Gran Bretagna.
I tempi si fecero sempre più cupi. Si intuiva che l’Italia, alleata della Germania, non avrebbe potuto sottrarsi dall’intervenire.
Fu così che il 10 giugno del 1940, l’Italia, entrando in guerra segnò il suo destino, che si rivelò sempre più tragico. La vita era sempre più dura; tutto venne razionato, dai generi alimentari, come il pane, la pasta, la farina, lo zucchero, ai tessuti. Inoltre le razioni erano molto ridotte, in alcuni casi anche insufficienti. La fame divenne sempre più diffusa, specialmente in città.
I giovani dovettero andare in guerra e sempre più ne morivano. L’Italia fu sottoposta da allora ad intensi bombardamenti, soprattutto nelle città, alcune delle quali ebbero interi quartieri completamente distrutti; il numero dei morti civili non era inferiore a quello dei veri combattenti nei vari fronti di guerra. Oltre alla fame, così, sopraggiunse anche il terrore in tutti gli strati della popolazione, poiché la morte non era più un concetto distante. Era vicino a noi; era tra noi.
Nel frattempo, a partire dal 1942, anche gli Americani, provocati dai Giapponesi (anch’essi alleati con la Germania e con l’Italia), entrarono poderosamente in guerra a fianco della Gran Bretagna (la Francia intanto, già dal 1940, si era arresa ai nazisti). Sul fronte orientale, invece, i Tedeschi attaccarono l’Unione Sovietica. Tutto ciò capovolse le sorti della Guerra che fino ad allora sembrava favorire i nazi-fascisti.
Ci fu, nell’estate del 1943, un primo sbarco angloamericano in Sicilia. Da allora la guerra si trasferì direttamente sul suolo italiano. Dalla Sicilia il fronte si spostò in breve tempo in Calabria ed in Puglia.
L’attesa delle truppe alleate si fece per noi spasmodica; sognavamo di vederli giungere a Roma al più presto, ma i giorni, le settimane, i mesi scorrevano troppo lentamente ed invano. I progressi angloamericani erano contrastati da una forte resistenza tedesca.
Per molto tempo Roma fu risparmiata dalle bombe, anche se quasi ogni giorno, ma più spesso di notte, suonava l’allarme, che ci faceva correre nei rifugi, grande spavento. Erano cose alle quali non ci si fece mai l’abitudine. Di notte si perdevano così molte ore di sonno, di giorno avevamo tutti i nervi scossi. Molti però erano persuasi che Roma, dove c’era il papa, non sarebbe mai stata bombardata. Questo fino al 19 luglio del 1943.
Quel giorno io, Enrico e Valeria eravamo soli in casa. Papà era al lavoro a Via Nazionale, mamma era alla ricerca quotidiana delle verdure presso i campi di ortaggi intorno Roma. Infatti, in quel periodo i continui ed intensi bombardamenti aerei sulle linee ferroviarie e sulle strade impedivano alle derrate alimentari di raggiungere i mercati. Si facevano file interminabili per conquistare un litro di latte o un cespo di insalata, o un chilo di patate, dopo che il passaparola informava che in un certo negozio sarebbe arrivato un camion carico di qualche cosa di commestibile.
La fame era tanta ed adesso non è assolutamente immaginabile. Ci rendeva tutti più cupi e tristi, e forse anche più cattivi.
Dicevo di quel mattino del 19 luglio. Verso le 10.30 suonò l’allarme e ci accingemmo perciò a raggiungere il nostro rifugio, quando, per le scale, cominciammo a sentire il suono cupo delle bombe che cadevano. Era la prima volta che lo sentivamo, e devo dire che era terribile.
Dopo alcune interminabili ore (nel frattempo mamma ci aveva raggiunto) il bombardamento cessò, e uscimmo dal ricovero. Prima di entrarci il cielo era sereno, con uno splendido sole; all’uscita era divenuto nuvoloso. Capimmo allora che non erano nuvole che lo rendevano così, bensì il fumo e la polvere delle macerie provocati dalle bombe.
Era stato distrutto il quartiere di San Lorenzo, provocando migliaia di morti, alcune dei quali erano nostri conoscenti. Alla fame ed alla paura si aggiunse anche il dolore, acuto ed immenso, a cui si accompagnava la sensazione che da quel momento niente sarebbe mai stato come prima. La tristezza avrebbe fatto compagnia a tutti noi, e niente ce la poteva più scrollare di dosso, neanche la notizia che il 25 luglio, cioè sei giorni dopo il bombardamento, Mussolini venne deposto dal re ed arrestato. Il fascismo era caduto, ma non era chiaro cosa ne avrebbe preso il posto.
Ad un successivo bombardamento, sempre su Roma, del 17 agosto, seguì la firma dell’armistizio dell’8 settembre. L’Italia, cioè, si arrese agli angloamericani, mentre il re con la sua corte fuggì da Roma e si rifugiò al sud, già liberato.
Il problema che si ebbe subito, però, fu che i tedeschi che fino a quel giorno erano stati nostri alleati e che si opponevano con le loro truppe all’avanzata inesorabile degli eserciti alleati, ci considerarono subito traditori dell’alleanza che avevamo con loro e, perciò, nemici, occupandoci militarmente. Da quel giorno fummo tutti oppressi dalle forze preponderanti e ci trovammo sottoposti ad un regime di terrore.
Seguì, così un periodo durissimo ed oscuro, fatto di attentati, violenze, atrocità. Molti che cercavano di opporsi all’invasore si costituirono in gruppi armati dando così inizio al movimento partigiano, la cosiddetta Resistenza. Morirono in molti per questa causa. Ogni notte sentivamo spari e scoppi che avvenivano in ogni zona della città.
Tutte le sere andavamo a casa di un amico che con la sua radio poteva ascoltare “Radio Londra”, che informava di quanto avveniva in ogni parte di Europa, ci aggiornava sulle vicende belliche, di come gli alleati stessero risalendo la penisola dal sud lentamente, ma inesorabilmente.
Radio Londra ci teneva aggiornati anche su un altro argomento che riguardava più da vicino noi ebrei.
Eravamo resi consapevoli che i nazisti in ogni regione d’Europa avevano deportato tutti gli ebrei, rinchiudendoli in campi di concentramento e sistematicamente sterminandoli con le camere a gas e con i forni crematori. Non era possibile dubitare che si sarebbero comportati così anche da noi in Italia.
Ricordo che si cominciò a parlare della necessità di nasconderci da qualche parte fuori Roma, ma, a parte la difficoltà di trovare una qualsiasi sistemazione, ci scontrammo con l’opposizione di nonna Fiorina e zia Rita. Trascorremmo così un periodo di angosciante attesa di qualcosa di minaccioso che incombeva su di noi. Non dovemmo attendere molto, purtroppo.
Un giorno nostro padre, assieme a tutti i capifamiglia ebrei, furono chiamati dalla comunità israelitica. Quando tornò a casa era stravolto: il comandante delle SS, colonnello Kappler, aveva intimato loro di procurare entro poche ore 50Kg di oro, altrimenti sarebbero stai tutti deportati nei lager nazisti. Con un frenetico passaparola e con qualche difficoltà, si riuscì a racimolare il quantitativo richiesto, ritenendo, così, di guadagnare un periodo di relativo allontanamento dell’incubo che gravava su tutti, almeno per un po’ di tempo. Si confidava che gli alleati, che stavano avanzando dal sud, dopo lo sbarco di Anzio potessero giungere presto a liberare Roma.
L’attesa di questo evento si faceva sempre più spasmodica, ma purtroppo si rivelò illusoria.
Passò poco tempo per accorgersi che il ricatto imposto con la consegna dell’oro era un perfido inganno.
La mattina di sabato 16 ottobre fummo svegliati dalla voce angosciata di nostra madre “I Tedeschi!”
Quattro SS erano nella nostra casa e ci intimavano di vestirci rapidamente. Ricordo che mi trovai tra le mani un foglietto con cui ci si intimava di prepararci in venti minuti, di indossare vestiario pesante, di portare con noi coperte e viveri.
Enrico e Valeria erano attoniti, gli adulti avevano perso la testa, mentre io mi accorsi di essere l’unico a rimanere lucido.
Presi alcune valigie di papà e le riempii in tutta fretta con una piccola scorta alimentare che avevamo in casa: scatolette, pasta, altre cose che ora non ricordo. Nel frattempo finii di vestirmi.
Mi accorsi allora di essermi dimenticato delle galline!
Da tempo possedevamo alcune galline ed un gallo, che avevamo acquistato quando ancora erano pulcini e che avevamo collocato in un piccolo recinto su una parte del balcone di cucina. Ogni tanto ci facevano qualche uovo. Sotto lo sguardo inquieto dei militari corsi al balcone, sollevai la rete che racchiudeva i volatili e, uno alla volta, li lanciai di sotto nel cortile del palazzo. Noi abitavamo al secondo piano.
Rassicurato nell’averli visti planare incolumi ripresi a prepararci ad abbandonare l’abitazione.
Avevo solo quattordici anni, ma, anche dalle notizie che Radio Londra ci faceva pervenire sulle stragi sistematiche degli ebrei compiute dovunque, ero lucidamente cosciente che non stavamo abbandonando solo la nostra casa, ma la nostra vita. Sarebbe stato solo questione di giorni, o di ore!
Uscendo dal portone di casa, mi accorsi che altri militari erano in strada, con un cane lupo dall’aria minacciosa.
Ricordo che, tuttavia, quei militari si stavano comportando in maniera abbastanza civile. Il loro capo ripeteva a mia nonna: “Coraggio, signora”.
Sotto un cielo lievemente piovoso ci recammo ad un camion posto a circa cento metri su cui ci fecero salire. Su di esso c’erano già altre famiglie ebree.
Io ero seduto nella parte posteriore. Vicino a me, in piedi, uno dei soldati. Il telone del camion mi permetteva di scorgere il percorso che il camion stava facendo. Ricordo che avevamo attraversato un ponte sul Tevere e che costeggiavamo, sul Lungotevere, il quartiere Trastevere. Pensavo che ci avrebbero portato al carcere di Regina Coeli, ma vidi che il camion proseguiva. Poco più in là entro in un palazzo, che poi seppi essere Palazzo Salviati, sede allora (e forse anche oggi) del collegio militare.
Oltre al nostro, vidi che entravano numerosi altri camion, anche questi carichi di altri sventurati. Si è saputo poi che eravamo più di duemila. Ci fecero scendere dagli automezzi e subito ci venne mostrato il volto più feroce di quella realtà.
Urla, comandi dati con suoni gutturali, facce alterate e truci, violenze gratuite, che accompagnavano la nostra discesa. Spesso coloro che scendevano venivano schiaffeggiati senza ragione, solo per affermare la loro spietatezza.
Anche mio padre ebbe uno schiaffo; la stessa sorte toccò ad un altro signore di un altro camion, ed i suoi occhiali volarono via dal suo volto. Sua figlia, di circa quattordici o quindici anni, si chinò per raccoglierli, ma venne schiaffeggiata anche lei, così, senza un motivo. Ma i più spietati e feroci erano gli italiani con la divisa delle SS.
L’angoscia di tutti noi salì al massimo quando ci fecero schierare tutti lungo un muro. Eravamo convinti che ci avrebbero fucilati lì.
Invece un ufficiale cominciò a darci disposizioni, con la faccia più feroce che poteva e un interprete traduceva. Qualsiasi ordine impartito terminava con la minaccia che chi non ottemperava a quanto comandato sarebbe stato fucilato all’istante!
anche l’interprete era uno degli sventurati ebrei catturati e seguì la tragica sorte di tutti gli altri.
In questo clima di terrore, venimmo smistati in grandi aule. In ognuna si stipavano numerose famiglie, nelle quali erano presenti donne, bambini ed anziani. Ricordo in particolare una donna distesa sul pavimento con un neonato. Aveva partorito la notte prima della cattura.
Lo sgomento e la disperazione si avvertivano sul volto di tutti, ma lentamente cresceva la rassegnazione. Ormai io stesso mi sentivo come se fossi destinato a morire.
Ricordo che, da una finestra dell’aula, guardando all’esterno, scorgevo la vita che si svolgeva fuori: loro erano liberi. In particolare ricordo che invidiavo un operaio, perché lui era libero, al contrario di noi!
Ogni tanto si apriva la porta e qualche altra famiglia veniva sospinta dentro. Tra queste c’era anche quella di nostro zio Marco, fratello di papà, con la moglie Bice ed i figli. Anche zia Bice era, come mamma, cattolica.
Nella retata i tedeschi portarono via tutti quelli che trovavano nelle abitazioni, compresi i collaboratori domestici, che spesso non erano ebrei. Fu così che, nella tarda mattinata, l’ufficiale nazista, accompagnato dal solito interprete ebreo, fece uscire coloro che erano “ariani”, non dimenticando di dire la ricorrente frase che chi avesse dichiarato il falso sarebbe stato immediatamente fucilato. Questa frase, in poche ore, l’avrei sentita ripetere un’infinità di volte.
In quella stanza eravamo tutti ammucchiati, senza mangiare, bere, andare al bagno, cosicché la situazione diveniva, con il trascorrere del tempo, sempre più insopportabile. Tanto più che era molto alto il numero di bambini ed anziani. Qualcuno era decisamente molto vecchio.
Mia nonna aveva 75 anni, ed era sempre più affranta, come, del resto, tutti.
Dal primo pomeriggio cominciarono a permettere che si andasse nei gabinetti, accompagnati dalla minaccia che qualsiasi comportamento non gradito avrebbe portato alla fucilazione immediata. I bagni erano, con il passare delle ore, qualcosa di indescrivibile.
Il tempo continuò a trascorrere lentamente. Tutti divenivano sempre più provati ed affranti. Non c’era una goccia d’acqua e perciò cresceva la sete, oltre che la fame e la stanchezza.
Verso sera avvenne un fatto nuovo ed imprevisto: il solito ufficiale con le solite minacce, ordinò che le “famiglie miste”, quelle, cioè, come la nostra, uscissero da quella stanza per essere accompagnate in un’altra.
Ci trovammo così ad essere separati, con grande dolore, da nostra nonna e nostra zia, alle quali lasciammo le valigie che avevamo portato con noi.
Vennero quindi controllati scrupolosamente i nostri documenti e quindi ci permisero di uscire. Era ormai notte.
Attraversando il cortile per avvicinarci al portone esterno, fummo fermati da un urlo: “Peppino, Peppino!”
Era nostra nonna con nostra zia, affiancate da un tedesco forse un po’ meno disumano degli altri.
Qui avvenne una delle scene più strazianti della mia vita: mio padre rimase impietrito, al centro del cortile, indeciso se tornare indietro dalla madre e dalla sorella, e dovemmo esercitare tutta la nostra forza di convincimento per trascinarlo verso l’uscita, per ritornare alla vita.
Non vi è alcun modo che questo episodio mi si attenui nel tempo: sono passati ormai sessantatré anni, ma è sempre più impresso in me, come quella notte.
All’attraversare l’androne del palazzo per uscirne, il piantone tedesco ci salutò dicendoci: “Bravi, voi ariani!”
Ci trovammo sul Lungotevere, attraversammo il ponte Duca D’Aosta e prendemmo il tram che ci portava verso casa, ancora increduli di trovarci liberi, ma addolorati per aver lasciato lì dentro nonna e zia. Solo allora mi accorsi che avevo lasciato loro due valigie inutilizzabili. Infatti, le avevo riempite di spaghetti crudi e di scatolette varie, ma senza metterci un apriscatole!
Tornammo a casa, ma non ci fidammo a rimanerci, e nei giorni seguenti riscontrammo di aver fatto bene. Da quel momento cominciò una nostra vita clandestina che durò fin quando Roma non venne liberata dagli alleati otto mesi dopo.
Nessuno sapeva spiegarsi il motivo del nostro rilascio, cosa che non era avvenuta, in quelle circostanze, in nessuna altra parte dell’Europa. Arrivammo alla conclusione, e non solo noi, che si fosse trattato di un ordine errato. Qualcuno ipotizzò un intervento del Vaticano, ma a tutt’oggi il mistero rimane insoluto. Una cosa però è certa: la mattina dopo i fascisti ci vennero a cercare alla nostra casa per riprenderci!
A quel punto noi ci eravamo provvisoriamente rifugiati da zia Tilde, la sorella di mamma.
Quella domenica mattina ci venne a trovare un mio insegnante del San Filippo Neri dell’“Opera Don Orione”, Don Di Stefano. Era venuto per vedere cosa si poteva fare, innanzitutto per nonna e zia, poi per trovarci un rifugio sicuro.
Quello stesso giorno tentò di vedere quelli che erano ancora al collegio militare, ma non gli venne permesso. Riprovò nei giorni successivi, sempre senza successo, finché non seppe che erano stati posti su un treno, normalmente attrezzato per il trasporto di animali, e quindi avviati al nord con destinazione sconosciuta, ma non lo era la loro sorte, che ci fu atrocemente rivelata alla fine della guerra, con la rivelazione dei campi di sterminio e dei forni crematori: la cosiddetta “soluzione finale”.
Nei giorni seguenti cominciammo a studiare come sistemarci per avere un rifugio più sicuro della casa dei nostri zii.
Per mio padre e mia madre la soluzione fu trovata grazie alla generosità di una famiglia che abitava nello stesso stabile di via Ceneda dove stavano gli zii, però in un’altra scala. Oltre che generosa, quella famiglia, che si chiamava Tizzoni, si comportò anche eroicamente, dato che il comando tedesco aveva emesso alcuni proclami che, tra l’altro, vietavano di nascondere gli ebrei, pena la morte immediata.
Altri proclami riguardavano il coprifuoco, cioè il divieto di uscire dopo le cinque del pomeriggio (era ormai quasi inverno), il divieto di assembramenti di più di tre persone, l’obbligo di attuare di sera un severo oscuramento, cioè i lampioni stradali, i vetri delle finestre, i fari delle pochissime auto e dei tram dovevano essere oscurati da vernice blu o carta opaca. Un altro proclama obbligava tutti i militari dell’esercito italiano, ormai disciolto, a presentarsi ai comandi tedeschi per essere arruolati. Anche in questo caso, la disobbedienza comportava la pena di morte.
Prima di approfittare dell’offerta della famiglia Tizzoni, tuttavia, papà ebbe, tramite i religiosi del “Don Orione”, la possibilità di rifugiarsi presso un importante collegio nei pressi della stazione Termini.
Doveva recarvisi un pomeriggio, ma disse alla mamma: “Emilia, rimandiamo a domattina, stiamo ancora assieme questa sera”.
Fu la sua fortuna. Infatti, la mattina seguente si recò all’indirizzo indicato e suonò il campanello. Si socchiuse il portone, ma gli venne detto: “per carità, scappi via: questa notte hanno fatto una retata ed hanno portato via tutti quelli che avevamo ospitato!”
Mentre i miei genitori avevano trovato questa generosa ospitalità, oltre tutto gratuita, la mia sorellina di sei anni venne nascosta in un orfanotrofio di suore.
Nel frattempo mio fratello ed io, grazie all’interessamento dei religiosi della nostra scuola, trovammo rifugio a Trastevere, in Via Girolamo Induno, in un edificio affidato agli stessi religiosi, e che in precedenza era appartenuto alla “Gioventù Italiana del Littorio”, l’organizzazione giovanile fascista.  Era (ed è anche oggi, sempre affidato all’ “Opera Don Orione”) un edificio con le pareti realizzate interamente di vetro, secondo i canoni dell’architettura fascista allora imperante. Perciò lì dentro, essendo inverno, si pativa un freddo indescrivibile.
Assieme a noi erano lì presenti altri ragazzi ebrei. Scoprii nei giorni seguenti che erano presenti anche altre persone in abito talare, indossato da ex ufficiali italiani, nascosti per non andare nuovamente in guerra al fianco dei tedeschi.
C’era anche un gruppo di persone straniere: erano polacchi, fuggiti dai campi di prigionia tedeschi ed accolti anch’essi dai religiosi del “Don Orione”. Non c’era bisogno di sottolineare che tutti noi clandestini, se scoperti, rischiavamo la vita e, con noi, anche i religiosi.
Seguì un periodo oscuro, durante il quale non avveniva nulla, passato nell’attesa che Roma venisse liberata e nel timore che prima o poi venissimo scovati dai tedeschi o dai fascisti.
Trascorsero alcuni mesi, quando verso il mese di gennaio del 1944, mi accorsi che costantemente, nel giro di alcuni giorni, molti degli ufficiali nascosti, pian piano, se ne andavano.
La cosa mi insospettì, per cui avvisai mia madre. Immediatamente lei ci prese e ci portò via di lì. Anche noi, così, trovammo rifugio dai Tizzoni.
Uno o due giorni dopo venimmo a sapere che a Via Induno i tedeschi, di notte, avevano effettuato una retata portandosi via tutti i presenti! Era avvenuto che tra i polacchi rifugiati c’era anche un ragazzo ucraino di sedici o diciassette anni, che era in disaccordo con i polacchi. fece così una spiata che portò alla retata. Evidentemente gli ufficiali italiani nascosti avevano subodorato quanto stava per avvenire.
Da allora tutti noi ci ritrovammo riuniti, eccetto Valeria che rimase dalle suore, nella casa della famiglia Tizzoni, che peraltro non era enorme.
Erano tutti molto cordiali e simpatici. Ricordo il capofamiglia, che mi sembra che si chiamasse Bruno, la moglie, di cui non ricordo il nome, un figlio grande, marinaio in un cacciatorpediniere che era stato affondato, che si nascondeva in casa per non ritornare a fare il militare. C’era poi un fratellino di nove o dieci anni e due sorelle di ventiquattro e venti anni. La prima si chiamava Carla e l’altra Maria. Carla lavorava all’ATAC e faceva la fattorina sul filobus. Maria invece non lavorava. tutte e due avevano una strana preoccupante attività: frequentavano militari tedeschi! La cosa, tuttavia, non destava in noi alcun allarme. Il signore Bruno era camionista, e spesso, col suo camion, almeno fin quando le vicende belliche lo consentivano, si assentava, trasportando tra il Lazio e l’Umbria non ricordo cosa. Nel complesso erano tutti, oltre che molto ospitali, anche simpatici.
Nel frattempo i fascisti si recavano ogni tanto a casa nostra, nell’eventualità che, ingenuamente, ci fossimo rientrati.
Alla fine rinunciarono a cercarci e introdussero nella nostra casa una famiglia di contadini di Venafro, rifugiati a Roma per sfuggire alla guerra, che ormai era giunta dalle loro parti.
Venimmo a sapere che in casa, rendendola un tugurio, ci macellavano le pecore, che Dio solo sa dove le trovavano! Una volta mio padre, recandosi lì, li pregò di avere più rispetto per la casa. Per tutta risposta lo ammonirono di andarsene al più presto, altrimenti avrebbero chiamato i fascisti, che avevano sede lì vicino.
È molto difficile descrivere il clima nel quale si viveva in quel periodo. Di giorno era pericoloso mettere il naso fuori di casa. Tutt’al più si arrivava ad una fontanella vicina ad attingere l’acqua, dato che, essendo stati bombardati gli acquedotti, nelle case ne arrivava a singhiozzo, poca o niente.
Il gas, se si aveva la fortuna di averlo, si poteva adoperare nelle primissime ore del mattino, alle cinque o alle sei, perché dopo scompariva.
I bombardamenti continui, pressanti, martellanti, distruggevano i porti, le ferrovie, le strade; per cui era impossibile garantire i rifornimenti di qualsiasi prodotto, in particolare i generi alimentari.
La fame, perciò, era tanta, come pure il freddo, particolarmente intenso in quell’inverno, senza nessuna possibilità di scaldarsi. Per questo motivo, accoppiata alla malnutrizione, ricordo che eravamo tutti affetti dai geloni alle orecchie ed alle dita delle mani.
Non c’erano medicinali, perciò la mortalità era alta in ogni settore della popolazione. Il fratello di mamma, zio Vittorio, fu vittima di questa sciagurata situazione. Una notte d’inverno fu ricoverato d’urgenza al San Camillo a causa di un’ulcera perforata, alla quale, dopo un intervento chirurgico, forse a causa della scarsità di medicinali, seguì una peritonite. Trascorsero molte settimane, forse mesi (non ricordo molto bene), quando, anziché migliorare, sopravvenne una grave forma di nefrite, in conseguenza della quale, una mattina di marzo morì.
Ero molto affezionato a lui, aggiungendo così anche questo grande dolore alla tristezza che rappresentava lo stato d’animo in cui mi trovavo allora. Ovviamente ciò valeva anche per gli altri familiari.
I giorni passavano con estenuante lentezza, sempre più cupi.
Per le strade vedevamo pattuglie di soldati tedeschi, sempre più torvi in volto ed in perenne stato d’allarme, dato che sentivano crescere inesorabilmente l’odio di tutti intorno a loro.
Di notte si udivano continuamente scoppi di bombe, spari di fucili e raffiche di mitra. Spesso si trovavano cadaveri di militari. Il comando tedesco stabilì che ad ogni loro militare ucciso sarebbero stati fucilati dieci italiani.
In questo clima venne eseguito l’attentato di Via Rasella contro trentatré SS, che portò alla vile rappresaglia compiuta su trecentotrentacinque inermi italiani alle Fosse Ardeatine.
Intanto la guerra risaliva dal sud, anche se, per noi, in maniera estenuamente troppo lenta. La speranza di vederci liberati leniva le sofferenze di tutti.
Durante l’inverno gli alleati avevano effettuato un imponente sbarco a Salerno, ma fu molto difficile per loro sgominare le forze tedesche, che opposero una forte resistenza.
A quello sbarco ne seguì un altro ad Anzio. Cioè a pochi chilometri da Roma, ma, in un primo tempo, non ebbe un esito migliore di quello di Salerno. Vi furono perdite sanguinose da ambo le parti, e la nostra attesa si fece sempre più estenuante.
Però qualcosa si cominciò a muovere, e le notizie forniteci da Radio Londra ci confortavano sempre di più. Durante la notte, a partire dalla primavera, cominciammo a percepire il rombo delle cannonate, e, salendo sulla terrazza dello stabile, vedevamo lampeggiare gli scoppi della battaglia.
Sapevamo che lungo l’Adriatico stava risalendo l’ottava armata britannica, mentre dalla nostra parte, sul versante tirrenico, si stava avvicinando la quinta armata americana.
Era lecito ormai cominciare a sognare il loro arrivo ad occhi aperti.
Passarono così i mesi di aprile e maggio.
Arrivò infine il mese di giugno, e fu chiaro che stava per arrivare il momento tanto sperato.
Ricordo che, a Porta San Giovanni, vedevamo passare soldati tedeschi in maniera sempre più disordinata, con ogni mezzo, anche con carretti, e molti di loro erano feriti. Ormai non si occupavano più di noi Italiani che, a nostra volta, non li temevamo più.
I più temerari, anzi, cominciarono a dileggiarli.
Arrivammo alla mattina del 4 giugno, e qualcuno ricevette una telefonata dal Quadraro (quartiere non molto distante dal nostro), che ci informava che lì erano arrivati gli Americani.
Tutto il quartiere si riversò per le strade nell’attesa, ormai certa, di vederli arrivare.
Dapprima vedemmo giungere a Piazza Re Di Roma una jeep con tre militari americani. Si soffermarono un po’, circondati amichevolmente da tutti: ci sembrava di sognare, come se fossero marziani. Ritornarono indietro e per qualche ora rimanemmo in ansiosa attesa.
Finalmente, verso il tardo pomeriggio, un possente rombo si fece sempre più forte, finché, a sera, arrivarono. Una colonna gigantesca di carri armati, camion, jeep, percorse la Via Appia Nuova, attraversò Porta San Giovanni e giunse al centro di Roma, accompagnati da una folla festosa.
Ricordo che tutte le finestre erano illuminate dalle candele, in segno di festa.
Tutta la notte trascorse così, con la gente entusiasta, dove tutti abbracciavano tutti, e poi tutti salutavano festosi e commossi gli americani.
Ho visto piangere di gioia molte persone e non è difficile capire che la felicità di tutti era niente, rispetto alla gioia ed al sollievo che provavamo noi.
Eravamo finalmente liberi, e realizzavamo che questa liberazione spazzava via tutte le nostre paure e ci restituiva la piena consapevolezza di non fare più parte di una razza che era stata perfidamente voluta inferiore: avevamo pienamente riacquistato la nostra dignità. Eravamo di nuovo italiani tra gli altri Italiani, tornavamo alla vita!
Il giorno dopo continuò il transito di tutti i mezzi americani tra le ali di folle festanti, e loro lanciavano sulla gente ogni ben di Dio, di cui avevamo perso il ricordo: cioccolata, caramelle, pane bianco che ci abbagliava con il suo candore rispetto al pochissimo (50g. al giorno per persona) pane nero a cui eravamo abituati.
Nei giorni seguenti vennero tolti tutti i razionamenti alimentari; come per incanto tutti i generi si ritrovarono nei negozi. La fame era finita.
Ritengo qui giusto rispolverare un simpatico ricordo riguardante le due ragazze Tizzoni, Carla e Maria.
Mentre tutti festeggiavano l’arrivo degli Americani, loro, appartate nella casa, versavano calde lacrime per la fuga dei loro amici tedeschi.
Quella tristezza, però, non durò a lungo. Nei giorni seguenti, infatti, non dovettero faticare troppo a consolarsi con i nuovi arrivati!
Ogni giorno riempivano la casa di scatolette e scatoloni di carne, dolci, sigarette, tutte cose rigorosamente americane.
I giorni seguenti ci apprestammo a riprendere possesso della nostra casa. Gli occupanti non fecero troppa resistenza per andarsene; del resto, essendosi ormai il fronte spostato oltre Roma, erano anche loro ansiosi di rientrare al loro paese.
Dopo un lavoro di ripulitura dell’appartamento, con l’aiuto anche degli amici, potemmo finalmente ritornare a casa. Ma non tutti: mia nonna e mia zia non tornarono più. Ci volle ancora molto tempo, l’estate del 1945, per avere la dura certezza della loro sorte.
Tutto quello che mi rimane di loro è racchiuso in un foglio che porto con me e che dice:

  • Baraffael Fiorina, nata a Roma il 13.11.1868, figlia di Giuseppe e Campagnano Elisabetta, coniugata con Samuele Di Capua.
  • Ultima residenza nota: Roma
    Arrestata a Roma il 16.10.1943 da Tedeschi.
    Detenuta a Roma, Collegio Militare
    Deportata da Roma il 18.10.1943 a Auschwitz.
    Uccisa all’arrivo ad Auschwitz il 23.10.1943.
    (Fonte 2, Convoglio 02).

    •  Di Capua Elisabetta Margherita, detta Rita, nata a Roma il 27.05.1907, figlia di Samuele e Baraffael Fiorina.
    • Ultima residenza nota: Roma
      Arrestata a Roma il 16.10.1943 da Tedeschi.
      Detenuta a Roma, Collegio Militare
      Deportata da Roma il 18.10.1943 a Auschwitz.
      Immatricolazione dubbia.
      Deceduta in luogo e data ignoti.
      (Fonte 2, Convoglio 02)

       Delle migliaia di persone facenti parte di quel convoglio ne sono tornate solo sei o sette.

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