Via Goffredo Mameli, 30 – Municipio I

Vittorio Emanuele Terracina nasce il 22 Marzo 1885 a Roma da Sabato Terracina e Artemisia Della Rocca, si sposa con Allegra Calò con cui avrà nove figli, sette dei quali riusciranno a superare l’età dell’infanzia.
Patriota come il padre Sabato, che così lo aveva chiamato in onore del re d’Italia (artefice dell’emancipazione degli ebrei Italiani con la chiusura del ghetto di Roma), partecipa attivamente alla prima guerra mondiale durante la quale si distinguerà per le sue gesta che gli varranno la medaglia al valor militare.

Dedito al commercio di carta da imballo e per usi alimentari nel suo negozio di vicolo dei Catinari a ridosso del ghetto di Roma, si salva dall’infausta retata del 16 Ottobre 1943 ad opera dei nazisti, rifugiandosi nel vicinissimo ospedale Fatebenefratelli sull’isola Tiberina.

Viene infatti ricoverato nel famoso reparto riservato ai malati dell’inesistente morbo di K (dalle iniziali degli infami Kappler e Kesselring) ove il primario dott. Giovanni Borromeo, ideatore insieme allo studente Adriano Ossicini del geniale raggiro, permetteva al dott. Sacerdoti di accogliere i fuggitivi ebrei per farli scampare alla deportazione. Giovanni Borromeo verrà, in seguito alla testimonianza postuma del dott. Sacerdoti, riconosciuto dalla Shoah Foundation come Giusto tra le Nazioni.
I nazisti, che avevano sequestrato la maggior parte dei registri ed archivi della Comunità, erano a conoscenza degli indirizzi di residenza delle famiglie di origine ebraica anche in virtu’ della specifica documentazione presente all’anagrafe romana in seguito al vergognoso censimento voluto da Mussolini nel 1938. Durante la retata i nazisti si presentarono quindi anche nella sua casa di via Goffredo Mameli 30, nel vicino quartiere di Trastevere a Roma. La portiera dello stabile, a rischio della propria vita, era però riuscita ad avvisare dell’imminente pericolo la moglie Allegra che era l’unica presente in casa insieme con la figlia più piccola, Vanda.

Riuscita ad ingannare i nazisti facendo loro capire che la famiglia Terracina abitava all’ultimo piano mentre in verità l’abitazione si trovava al secondo piano, la portiera aveva dato così il tempo ad Allegra e Vanda di uscire precipitosamente dall’appartamento mentre i militari salivano ai piani superiori, permettendogli di mettere miracolosamente in salvo le loro vite.

Pensandosi oramai al sicuro dopo lo scampato pericolo della retata, il 5 Maggio 1944 Vittorio Emanuele aveva deciso di andare dal suo barbiere di fiducia, tal Faiola (o Fajola) che aveva la sua bottega nelle vicinanze dei Giardini del Quirinale. Dopo il taglio dei capelli, all’uscita dalla sua bottega, il barbiere aveva però avvertito i nazifascisti, tradendolo per una ricompensa di 5000 Lire. Catturato, Vittorio Emanuele viene portato nei tristemente famosi locali di detenzione e tortura di via Tasso.
Riesce però ad ingannare i suoi aguzzini circa la sua estraneità alla religione ebraica e viene rilasciato anche grazie all’ingombrante cinto inguinale che portava da molti anni a causa di una patologica e pronunciata ernia inguinale che lo aveva salvato dal controllo della circoncisione, pratica di verifica utilizzata dai nazifascisti all’uopo. Malauguratamente, il suo compagno di cella, cedendo alle torture inflittegli dai nazisti, confermava invece la sua fede al pari di quella di Vittorio Emanuele che veniva tragicamente e beffardamente ricatturato a pochi passi dal portone dei locali di via Tasso.
Portato nel carcere di Regina Coeli in via della Lungara a Roma, dopo pochi giorni di detenzione verrà caricato su un camion insieme ad altre decine di detenuti ed al suo amico Pacifico Di Consiglio detto Moretto, con destinazione il campo di concentramento di Fossoli.

A pochi km dalle porte di Roma, Moretto, resosi conto che la guardia del camion era affidata a soli due militari, propone a Vittorio Emanuele di lanciarsi in corsa dal camion per tentare una fuga disperata. A causa della sua degradata condizione fisica aggravatasi ulteriormente per le percosse ricevute, Vittorio Emanuele, a differenza di Moretto che poi racconterà i fatti qui descritti, rinunciò al tentativo, aprendo la strada al suo tragico ed indimenticato destino.

Giunto quindi al campo di Fossoli, il 26 Giugno 1944 viene messo sul convoglio 13 in direzione del campo di sterminio di Auschwitz dove arriverà il 30 dello stesso mese, dopo quattro giorni di estenuate viaggio nel vagone bestiame piombato. A causa dei suoi 59 anni e per le sue condizioni di salute viene immediatamente destinato alle camere a gas dove verrà barbaramente trucidato dopo poche ore dal suo arrivo.
In suo onore 6 nipoti porteranno il suo nome.

Roberto Misano

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