v.le Giulio Cesare, 62 – Roma – Municipio I
Installazione del 9 gennaio 2023
PELLEGRINO SERMONETA
Nato 1882
Arrestato 16.10.1943
Deportato AUSCHWITZ
Assassinato 23.10.1943
EMMA PIAZZA SED
Nata 1890
Arrestata 16.10.1943
Deportata AUSCHWITZ
Assassinata 23.10.1943
CAMILLA PIAZZA SED
Nata 1892
Arrestata 16.10.1943
Deportata AUSCHWITZ
Assassinata
Pellegrino Sermoneta, Emma Piazza Sed, Camilla Piazza Sed
Viale Giulio Cesare, 62
Pellegrino Sermoneta, Emma Piazza Sed, Camilla Piazza Sed
Sabato, 16 ottobre 1943. Roma
Questa è la semplice storia di due donne e un uomo tra loro imparentati, che non avrebbe potuto interessare nessuno se queste tre persone una mattina presto di un ottobre di quasi ottant’anni fa, non fossero state svegliate da un breve sonno notturno, caricate su un camion militare e da allora scomparse per sempre nel nulla, ma entrate forse nella Storia.
Sono il pronipote di queste tre persone e niente sapevo di loro fino ad un anno fa, se non per vaghi racconti smozzicati malvolentieri dalla mia anziana madre ancora vivente e testimone da bambinetta di quei fatti.
Queste tre persone erano di religione ebraica, anche se praticanti tiepidi in una Roma ebraica del primo dopoguerra ormai sempre più laicizzata ed integrata nel panorama sociale della nostra Capitale.
Io stesso appartengo ad uno dei rami cristianizzati di questa famiglia, germogliati da diversi matrimoni misti o vere e proprie conversioni al cristianesimo. Per me è stata sempre una condizione curiosa del vivere familiare: compresenza sin da bambino di simboli cristiani ed ebraici, quest’ultimi non sempre comprensibili, e di avi da onorare spesso e volentieri nel reparto israelitico del Cimitero Verano; anzi questi ultimi, essendo ben presente l’abitudine italiana di mettere sulle lapidi le foto dei defunti, erano nel tempo divenuti dei volti ben conosciuti, in cui per anni, da ragazzino, cercavo di riconoscere dei tratti somatici in comune, e attraverso le espressioni immortalate, del tipo di carattere che questi parenti potevano forse aver avuto in vita.
Come dicevo, in famiglia abbiamo sempre dovuto prima o poi parlare delle nostre radici ebraiche anche alle persone che per legami di affetto sono venute negli anni ad aggiungersi al nostro albero. Per fortuna la comprensione e l’educazione, la curiosità e la cultura hanno sempre aiutato, anzi a volte mi sono sentito fortunato a possedere dentro un’altra storia, anche se confusa e non sempre adeguatamente approfondita.
Un anno fa ho deciso di porre fine a questa latenza esistenziale e, insieme a mio fratello minore David, ho preso in mano la questione per conoscere meglio questa parentela e farla uscire da un lacunoso raccontato a memoria.
Il testimone principe sarebbe potuto essere mio padre ma è mancato da una quindicina d’anni ed in vita, escluse le citate visite rituali al Cimitero per onorare la mamma, gli zii defunti e qualche capatina al Tempio Maggiore per qualche cerimonia, di quelle cose poco o nulla parlava in famiglia.
Papà era figlio di madre ebrea, ma aveva scelto in adolescenza per il cristianesimo sia perché figlio di un padre cristiano, sia per poter continuare a studiare e senz’altro per salvarsi la vita in tempo di guerra.
La mamma di mio padre si chiamava Rosa ed io l’ho conosciuta solo per i primi sei anni della mia vita; ricordo vividamente un’anziana signora, un po’; burbera, che voleva solo il nostro bene e la nostra incolumità fisica: poi ho capito che i suoi nipotini erano, forse, la sua più preziosa ricchezza.
E’ morta per noi bambini troppo presto e il suo viso in foto è stato da allora un carissimo ricordo.
Ma riprendiamo il filo del nostro racconto. Due delle tre persone deportate di questa storia erano le due sorelle, di poco maggiori, di mia nonna. I loro nomi erano Emma (come la sua nonna paterna) e Camilla (come la sua nonna materna). Di cognome facevano Piazza Sed. Il terzo uomo della storia si chiamava Pellegrino Sermoneta ed era il marito di Emma.
In genere i mariti delle donne di casa sembrano sempre degli “estranei” e anch’io ho sempre immaginato Pellegrino così: vittima anche lui di quei lontani tragici fatti ma, dentro di me, una vittima di secondo piano.
Sbagliavo di grosso!
La verità si è fatta inesorabilmente avanti col passare dei mesi e il progredire delle mie ricerche: Pellegrino Sermoneta era anche cugino di primo grado della moglie Emma e quindi anche di mia nonna. Non un estraneo ma un consanguineo!
E tutta la storia ha cominciato a dipanarsi.
La famiglia Piazza O Sed (era questo il vero cognome del papà di mia nonna, Emanuele) era andata a vivere per venticinque anni a Subiaco; Emanuele con la giovanissima moglie Allegra Sermoneta si era trasferito a Subiaco alla fine dell’800, costretti dalla ristrutturazione edilizia del Ghetto ormai considerato dalle Autorità Italiane del tutto fatiscente. Grande rinuncia per i Piazza O Sed da sempre attaccatissimi alle strade del quartiere Ebraico! Insieme al mio bisnonno si erano trasferiti anche i suoi suoceri e i cognati da parte di moglie, i Sermoneta e i Perugia.
A Subiaco quindi nascono tutti i giovani Piazza Sed (con questo cognome “rivisitato” furono registrati alla nascita in Comune) e quasi tutti i Sermoneta e i Perugia: una banda chiassosa di tantissimi cugini più o meno coetanei, Sublacensi, ma anche romani e naturalmente ebrei. Il mio bisnonno Emanuele ingrana nel lavoro aprendo un negozio di salumeria; il cognato Angelo Sermoneta, papà del nostro Pellegrino fa il negoziante come pure l’altro cognato Cesare Israele Perugia. Le famiglie sono numerose e serene anche se non mancano le disgrazie piccole e grandi che comunque possono portare lutti tra parenti.
Pellegrino Sermoneta, nato a Roma prima della lunga trasferta della sua famiglia a Subiaco, aveva negli anni sviluppato una forte simpatia per la cugina Emma, di otto anni più giovane: nel 1911 l’amore sbocciato tra i due divenne un bel matrimonio; si trasferirono a Roma dove il papà di Pellegrino con la famiglia era già rientrato da qualche anno e tranquilli si accasarono nel nuovo quartiere della Città Eterna, Prati, in attesa di tanti bambini, che però non arrivano. Emanuele, per stare vicino alla figlia non si perde d’animo e trasferisce di nuovo la famiglia a Roma nel 1913; Camilla, la sorella di due anni più giovane è dislocata a vivere insieme ad Emma forse per incoraggiarla, sostenerla ed infine consolarla.
Pellegrino fa il sarto, non hanno problemi economici, Emma fa la casalinga a casa sua, come già aveva fatto la mamma Allegra prima di lei; Camilla sceglie una vita ancillare, non si sposerà mai e resterà sempre insieme alla sorella. Gli anni passano lenti, uguali, ma tutti senza la gioia del vagito di un proprio figlio.
Siamo nel 1939. Si cambia casa, pur rimanendo nella stessa strada: ora l’indirizzo è diventato Viale Giulio Cesare 62, piano 2°, scala A interno 4. Il papà Emanuele vive sempre vicinissimo, e lo sono anche le sorelle di Emma e Camilla, cioè Rosa ed Ester; molto vicini sono anche i cugini Sermoneta: Emilia, Pacifico, Cesare e Vittorio. Intanto il cugino Eugenio Sermoneta si è trasferito in una casa vicino a Piazza Vittorio con la sua numerosa famiglia, tra cui il mite figlio Angelo, che tanto somiglia allo zio Pellegrino (e che sarà uno dei sedici sopravvissuti della retata nazista).
Arriva il 16 ottobre 1943.
Da più di quattro anni ci si è dovuti denunciare al Governatorato di Roma come appartenenti alla razza ebraica per colpa delle leggi razzistiche di Mussolini.
Il ricordo del Ghetto, della vita e delle angherie di prima riaffiora nei più vecchi ebrei che erano già al mondo ai tempi del Regno Pontificio prima della presa di Porta Pia. Non si può lavorare, non si può andare a scuola e si viene discriminati. La Roma “cristiana” si interroga imbarazzata, ma ci si dice che non siamo “tedeschi”. E per Camilla, Emma e Pellegrino, famiglia senza figli, ma ormai alle soglie di quell’anzianità anagrafica per quegli anni già rilevante, cosa cambia? I tentativi di ottenere la “discriminazione” da parte di alcuni fratelli maschi più giovani ed intraprendenti delle due donne erano miseramente falliti, quindi rassegniamoci alla realtà.
Sono le sette e trenta del mattino di un sabato nuvoloso, forse a Prati anche un po’; piovigginoso. Suono prolungato, petulante, ripetuto, volitivo del campanello di casa. Chi sarà? Voci per le scale e nell’ampio cortile del caseggiato umbertino. Apre Camilla? Apre il capofamiglia Pellegrino, un uomo mite, ma solerte e responsabile, apre Emma che forse sta preparando il caffelatte del mattino? Non lo sapremo mai.
E la scena diventa la stessa per tutta Roma: entrano i due soldati tedeschi, consegnano il cartoncino con le disposizioni: vestirsi, prepararsi, raccogliere le proprie cose in valigia, comprese le gioie in oro e “zac” tagliato il filo del telefono che faceva bella mostra sul mobiletto dell’ingresso. ”Raus”, giù in strada in venti minuti che aspetta il furgone militare telonato nero già pieno di altri uomini e donne razziati dalle strade vicine. Frastornati i miei non capiscono, obbediscono, cosa succede? Ci si confronta con gli altri disgraziati, ma nessuno ne sa di più.
In strada si avvicina al mezzo militare con l’incoscienza dei dieci anni di età una bambina, quella che poi diverrà mia madre. Quella notte non era riuscita a dormire ed era scesa giù presto a prendere aria, sfuggendo anche all’attenzione dei suoi genitori; vicino alla sua casa aveva un’amichetta, Norma, figlia di quell’Ester sorella di mia nonna Rosa. Le due bambine si avvicinano incuriosite da quel trambusto di persone e militari: Emma riconosce la nipotina e agitatissima le affida il ”cartoccio” con i pochi ori di casa, non si fida, non si sa mai, e quindi intima alle due ragazzine di tornare subito a casa e avvertire gli altri della famiglia.
Mesi dopo altri miei familiari verranno ancora arrestati dai fascisti e deportati, ma questa è un’altra storia.
Dei tre prozii rapiti il 16 ottobre non sapemmo più nulla per diversi anni; poi è arrivata Auschwitz e i suoi camini e il pianto di mio padre, come un improvviso temporale d’estate.
P.S.
La Storia si ripete, è vero… ma l’azione e il pensiero positivo dell’Uomo sapiente la possono sempre indirizzare verso il bene e verso la pace.
Guido Piervincenzi