Via della Reginella19 – Municipio I

RUBINO DELLA ROCCA
Nato 1901
Arrestato 25.11.1943
Deportato AUSCHWITZ
Assassinato 25.1.1945

Dal libro di rav. Chaijm Vittorio Della Rocca zzl. Chiedi a tuo padre e te lo dirà, un rabbino di Roma si racconta, ed. Salomone Belforte, 2015. 

Nel libro, rav  Chaijm Vittorio Della Rocca zzl., figlio di Rubino della Rocca,  racconta l’arresto e la morte di suo padre  Rubino z.l.

” […] Il rastrellamento scattò all’alba di sabato 16 ottobre 1943. Più di mille furono arrestati e avviati ai campi di sterminio. Anche la mia famiglia fu duramente colpita. Abitavamo nel cuore del Ghetto. Rimanemmo asserragliati nelle nostre case, ad ascoltare terrorizzati gli spari dei fucili tedeschi che davano inizio a una delle giornate più nefaste nella storia di noi ebrei romani. Ben presto gli stivali delle SS risuonarono anche sulle scale della nostra casa, fermandosi alla nostra porta. Uno dei soldati aveva in mano uno schedario acquisito all’Ufficio Razza dell’Anagrafe di Roma. Cercavano Rubino Della Rocca, mio padre, che fece appena in tempo a nascondersi nel bagno, mentre si fece avanti mio zio, Augusto Terracina. Lui e la sua famiglia – zia Rosa, sorella di mia madre, e i figli Salvatore e Roberta – abitavano a piazzale Clodio, allora estrema periferia di Roma, ma per sentirsi meno isolati e più vicini a noi avevano chiesto di essere ospitati in casa nostra. È allo zio Augusto che io, mio padre, mia madre e i miei due fratelli, Lello e Angelo, dobbiamo la nostra salvezza quel giorno. Le SS ci ordinarono di non muoverci di casa. Nel frattempo, ci dissero, sarebbero andati a prendere un altro schedario. Paralizzati dalla paura, nemmeno fummo capaci di prendere in considerazione l’idea di disobbedire per cercare una qualunque via di fuga. Appena sentimmo i loro passi pesanti scendere in fretta le scale, corremmo alle finestre che davano sulla strada. Mia madre, la zia Rosa e noi piccoli sbirciammo tra le persiane socchiuse. In quell’intervallo di tempo che sapevamo sarebbe stato breve e dopo il quale non sapevamo cosa sarebbe accaduto, vedemmo portare via zia Vanda, l’altra sorella di mamma, che quella notte aveva dormito dalle cugine Cohen. A un tratto alzò gli occhi verso le nostre finestre. Aveva freddo e a gesti chiese un cappotto. Da via del Tempio, intanto, usciva tutta la famiglia Frascati con la zia Emma, sorella di mio padre, il marito Settimio e i figli Lello, Fiorella e Vittorio di appena quattro anni. I fucili puntati addosso. Questa è l’ultima immagine che ne conservo, mentre i soldati li spingono via. Anche Costanza, la sorella di mio padre, che abitava con tutta la famiglia in viale Manzoni, venne deportata. E la lista, purtroppo, non finisce qui. In seguito alle delazioni di fascisti romani, furono catturati e deportati anche mio nonno Angelo, ultrasettantenne, e un altro fratello di mio padre, Settimio. In tutto, ventiquattro componenti della mia famiglia furono strappati alle loro case e alla loro vita quel giorno. «Presto, fate presto!». Finalmente mio padre e lo zio Augusto avevano deciso: bisognava tentare, essere più rapidi dei soldati. Ci allontanarono dalle finestre, dove ce ne stavamo come conigli abbagliati dai fari di un’auto, in attesa che fosse troppo tardi, e ci fecero indossare in tutta fretta gli abiti della festa.

«Prendete solo soldi, oro e gioielli», dissero alle mogli. L’idea era semplice. Avremmo seguito quatti quatti le SS a distanza di un piano, tutto nel massimo silenzio, e una volta in strada dovevamo mostrarci meravigliati, come se ignorassimo il motivo di quel trambusto, come se riguardasse gli altri e noi ne fossimo del tutto estranei. “Dove vanno mia madre e mio padre, vado io”, fu il mio unico pensiero mentre mi allacciavo le scarpe sotto la finestra. Il sabato mattina c’era la distribuzione delle sigarette. Due tabaccai che gestivano i loro esercizi in pieno Ghetto videro, nelle lunghe file davanti ai loro negozi, alcuni ebrei che cercavano di mescolarsi agli avventori. Li aiutarono. Cadeva una pioggerellina fitta fitta. Uscendo da via della Reginella, verso sinistra, si andava a Monte Savello, dov’erano parcheggiati i camion tedeschi. Guidati da papà e dallo zio, noi ci dirigemmo a destra, verso Santa Maria del Pianto, e quindi verso i giardini di piazza Cairoli. Qui mio padre incontrò una sua cugina. Piangeva e si strappava le vesti per la disperazione. I nazisti le avevano appena portato via la nuora con i suoi tre figli, di cui l’ultimo appena nato. Dopo essere riuscite a raggiungere via Arenula senza essere fermate, in piazza Cairoli sostavano altre famiglie, smarrite, senza sapere che fare né dove andare. La disperazione pietrificava i volti. Volti stanchi di vecchi, volti di donne e di bambini come me. Volti di uomini come mio padre e mio zio, che provavano a consigliarsi su quale fosse la via di fuga da seguire con maggiori probabilità di salvezza. Volti di età e fisionomie diverse, ma tutti uniti da quella vuota, buia disperazione per ciò a cui avevano assistito e perché non sapevano che cosa avrebbe riservato loro il domani […].

 

L’arresto di mio padre

[…] Il 25 novembre 1943 mio padre ricevette un messaggio dall’Abruzzo. Gli si annunciava, con molta cautela, che alcuni negozianti con i quali aveva fatto affari in passato sarebbero giunti a Roma per acquistare ingenti partite di tessuti, dopodiché sarebbero ripartiti. Se all’indomani del 16 ottobre la caccia dei nazisti agli ebrei si era attenuata, continuavano però le delazioni dei fascisti: 5.000 lire per ogni ebreo denunciato, questa la ricompensa. Tra i gruppi più attivi vi era quello del federale Gino Bardi e del suo complice Guglielmo Pollastrini, un ex ufficiale dei Carabinieri. Una banda di delinquenti che aveva il proprio quartier generale a Palazzo Braschi, sede della Federazione fascista, dove venivano anche immagazzinate le merci depredate e tra le cui mura era abitualmente praticata la tortura. Era di Anzio la banda Bardi-Pollastrini che il 25 novembre 1943 catturò mio padre, mio zio Settimio, mio cugino Lello e altri quattro giovani ebrei. Vennero portati a Palazzo Braschi, dove era la sede del Fascio; da qui al III Braccio di Regina Coeli, destinato a ebrei e prigionieri politici, e successivamente inoltrati a Fossoli, in provincia di Modena. I membri di questa «banda di dilettanti» – così la definì Kappler – furono arrestati il 5 dicembre del 1943, in seguito a un’incursione della polizia ordinata dal questore Caruso. Subirono solo lievi condanne. Lo stesso trattamento ottenne un manipolo di quaranta loro manutengoli. Quella stessa mattina del 25 novembre mio padre si recò con il fratello Settimio, il nipote Lello giunto da Capitignano, in Abruzzo, e altre quattro persone che lavoravano per la ditta, al magazzino di piazza Benedetto Cairoli per concludere l’affare. La famigerata banda Bardi-Pollastrini, avvertita da una telefonata, piombò sul posto poco dopo, arrestando mio padre e gli altri sei. Gli uomini della banda impiegarono circa due giorni per caricare i camion e svuotare della merce tutto il magazzino. Intanto mia madre mi mandò a fare la staffetta per sapere cosa ne fosse stato di mio padre e di mio fratello Lello. Quest’ultimo, già “adulto”, non aveva potuto trovare ospitalità presso il convento di Santa Rufina, in via della Lungaretta, dove il 16 ottobre io e il resto della famiglia avevamo infine trovato rifugio. Insieme ad altri nostri parenti, Lello si era nascosto sull’Isola Tiberina, all’ospedale Fatebenefratelli. Tra loro c’era mio nonno materno, Angelo Moscati. Anche lui verrà catturato, al bar dell’ospedale, sempre in seguito a una spiata. Come ho detto, all’epoca avevo solo dieci anni. Mi accompagnava Silvia, la fedele donna di servizio. Riuscimmo a sapere che i sette ebrei arrestati dalla banda Pollastrini si trovavano ora a Palazzo Braschi, presso il Comando fascista. La strada da piazza Cairoli a piazza Navona è breve, arrivammo là in un attimo. Sulla soglia del portone c’era un taxi, uno di allora, di quelli molto lunghi, con all’interno i sette uomini arrestati. Stavano per essere portati a Regina Coeli. Accanto al finestrino scorsi mio padre. Non potei trattenermi. Corsi verso la portiera. Mentre mi avvicinavo, incrociai lo sguardo di mio padre, che mi fissò in silenzio. Poi si sporse dal finestrino e mi baciò in fretta, sussurrandomi all’orecchio: «Di’ a mamma che i soldi ce li ho io. Li porto con me. Spero di convincere qualcuno…». Si trattava di un’ingente somma per l’epoca. «Tieni questo», aggiunse. Mi porse un ombrello. Ancora oggi ne conservo il manico. Fece in tempo a lasciarmi anche il suo orologio Eberhardt, di cui andava assai fiero. Quella fu l’ultima volta che lo vidi. Non potrò mai dimenticare la tenerezza di quel viso e il modo in cui si sforzava, di fronte a me, di tenere a bada la paura. E quell’impermeabile bianco che indossava compare ancora, fluttuante, nei miei sogni sempre più frammentati di uomo ormai anziano. Mio padre, mio zio Settimio, mio cugino Lello, figlio del titolare dell’azienda, e i quattro dipendenti: erano tutti padri di famiglia. Con quei soldi avrebbero cercato di sopravvivere. Regina Coeli, terzo braccio: lì, dunque, venivano portati gli ebrei. Guardai il taxi allontanarsi in fretta, svoltare, finché scompare alla mia vista. Strinsi più forte l’ombrello. Poi osservai l’orologio che mi aveva dato, quasi sperando potesse indicarmi quando e dove lo avrei rivisto. Poi mi allontanai con Silvia per portare la triste notizia a mia madre. Durante il periodo della prigionia di papà a Regina Coeli, dal 25 novembre 1943 al 22 febbraio 1944, mia madre cercò in mille modi di vederlo. Insieme alle cognate e alle mogli di altri detenuti ebrei si rivolse al famoso avvocato Cassinelli, principe del foro con residenza in via delle Belle Arti. Forte dei suoi rapporti stretti con alcuni capi fascisti, e in cambio di una parcella notoriamente salata, l’avvocato si limitava a dare ampia assicurazione che di lì a poco un colloquio sarebbe stato possibile. Ma non si ottenne nulla, se non di poter accedere al Comando tedesco presso l’Albergo Flora a via Veneto. Mia madre e io ci recammo a quello che ormai era tristemente noto come “l’albergo maledetto”. Tutti sapevano che nel momento in cui gli arrestati entravano in quel luogo malefico la loro personalità era annullata, non erano più individui con il loro nome ma, come avveniva anche nel carcere di San Vittore a Milano, numeri progressivi con accanto una E: ebrei. In quanto tali, erano negati loro anche i pochi diritti concessi ai detenuti comuni e politici, quali l’assistenza medica e la possibilità di ricevere alcunché da casa. Dopo un’estenuante attesa di cinque ore, ricevemmo il consiglio di andare a via Tasso, dove avrebbe dovuto riceverci un colonnello delle SS. Ma niente da fare nemmeno lì. A sera tornammo tristi e sfiduciati al convento di Santa Rufina, in via della Lungaretta, dove ci eravamo rifugiati il 16 ottobre e dove saremmo rimasti fino alla liberazione di Roma. Mio fratello Angelo non uscì mai dalla nostra stanza per nove mesi. Faceva uno strano effetto recluso lì, lui alto quasi due metri e con così poca carne addosso… Con noi c’era la nostra nonna materna, insieme a sua sorella, zia Ida, poliomielitica, e la sorella di nostra madre, Rosa, con i suoi bambini piccoli […]. 

[…] Mio padre e gli altri rimasero a Regina Coeli fino all’inizio del 1944, quando furono trasferiti a Fossoli di Carpi, il campo di raccolta e di transito di deportarti ebrei e prigionieri politici, vicino Modena, e da qui ad Auschwitz. Nel famigerato campo di sterminio “fecero la quarantena”, che prevedeva iniezioni al seno e in altre parti del corpo. Erano con lui, e vi rimasero fino all’ultimo, Alberto Mieli, detto “Pucchietto”, allora diciassettenne, Angelo Sonnino e Michele Sonnino. Non dubito che i pensieri di mio padre fossero costantemente rivolti a mia madre e a noi tre figli. Io ero il più piccolo, l’ultimo della famiglia che lo aveva visto prima che il taxi lo portasse via, e con un pizzico di egoismo mi piace credere che riservasse a me una tenerezza particolare. Ma forse le sue maggiori preoccupazioni erano per mio fratello Lello, il più grande. Sapeva che se lui non fosse più tornato, sarebbe toccato a Lello sostenere il ruolo di capo famiglia. Il più giovane del suo gruppo, Alberto Mieli, riuscì a tornare da Auschwitz. Nel corso degli anni successivi ho parlato con lui più volte della vita di mio padre. Sapevo quel che stavo facendo: chiedevo a un uomo sopravvissuto all’inferno di rivangare tutto quel dolore, le pene e le sofferenze indicibili, di riaprire ferite mai del tutto rimarginate perché io potessi guardarci dentro. Chiedevo che lo strazio di quei momenti mi venisse riversato addosso e tutto solo per poter scoprire, vedere qualcosa degli ultimi giorni di mio padre, aggrapparmi alle parole di un suo vecchio amico per trovare in esse mio padre stesso e, con lui, quella parte di me che mi era stata strappata da bambino. «Ci marchiarono a fuoco il numero di riconoscimento, poi ci trasportarono a Sosnowiec, in Polonia, un piccolo campo di concentramento a poca distanza da Birkenau». “Pucchietto” mi scruta per un attimo, come per accertarsi che io voglia davvero ascoltare il seguito. «Il campo», riprende, «era costituito da dodici, quattordici baracche che fummo obbligati a ripulire e rimettere in sesto. Lavoravamo presso una fabbrica di guerra, la Presverkt e Fertigung. Produceva proiettili e da lì uscivano i piloni che venivano messi anche intorno alla fabbrica stessa. Eravamo un gruppo d’una decina di ebrei romani, tra i quali tuo padre Rubino. Suo nipote Lello fu uno dei primi a morire… Era giovane, ma già troppo provato fisicamente. Facevano parte del gruppo anche Angelo Sonnino e Mario Spizzichino. Nient’altro che forza lavoro necessaria per quella fabbrica, ecco cosa eravamo. Con noi c’erano pure dei civili polacchi e lavoratori francesi inquadrati nell’organizzazione Todt. Facevamo tre turni di otto ore, con un intervallo di poco più di mezz’ora». Quando mi accorgo che avrebbe voglia di tacere, di risparmiarmi il seguito, lo invito a proseguire. «Il turno di notte era il peggiore. La temperatura nella fabbrica, all’interno degli altiforni, era superiore ai sessantacinque gradi mentre fuori, quando uscivamo per percorrere a piedi il chilometro e mezzo fino al campo, si stava a venti sotto zero. Durante il cammino dovevamo cantare per dimostrare di stare bene. Poi, una volta rientrati nel campo, dovevamo restare sull’attenti per un’ora, pronti per la “conta”. Nell’attesa che le SS arrivassero, immobili, con solo un pigiama di tela addosso e gli zoccoli ai piedi, si rischiava il congelamento». Mentre Angelo parla, l’immagine di mio padre in fila con gli altri si dilata nella mia mente. A cosa pensavano quegli uomini, in simili momenti? Urlavano in silenzio, nella disperazione di non sapere che fine avessero fatto le loro mogli, le loro madri, i loro figli? Si chiedevano quanto avrebbero resistito ancora? O forse, semiassiderati, non pensavano a niente, non potevano… Galleggiavano semplicemente in uno stato di semicoscienza dove a tenerli vivi restava solo, pulsante, l’istintivo desiderio di tenere duro ancora un po’, per poter rientrare poi in quelle sudice baracche dove avrebbero potuto riposare un poco o finire i propri giorni. I pensieri più nobili frammisti alle esigenze più basse della desolata quotidianità. Il ghigno peggiore della brutalità umana. E “Pucchietto” lo conosce bene. L’ha fissato da vicino, ne ha percepito l’alito fetido. «Sai, Rubino per me era soprattutto il padre di Lello, del caro amico con cui giocavo sempre a pallone… Ma era proprio Rubino a incoraggiarmi di continuo. Mi diceva di sforzarmi d’essere ottimista, di resistere, che prima o poi saremmo tornati a casa… Di lui ricordo che soffriva più degli altri la promiscuità e la mancanza d’igiene. E nonostante la fame nera, la bocca gli si storceva sempre davanti a quella “sbrodaglia” che ci davano da mangiare, rancida, fatta di rape rosse, accompagnata da un pezzetto di pane nero con una fetta di salame di sangue, cioè di un animale non bene identificato, e un po’ di margarina». Il momento cruciale si sta avvicinando. Il momento che nessuno vorrebbe mai dover raccontare a un figlio, anche se questi ha insistito tanto per sapere. «Alla fine del gennaio del 1945 cominciammo a sentire i rombi dei cannoni russi. Erano in avvicinamento. Avevamo sperato che la liberazione fosse prossima e così la fine delle nostre sofferenze. Ma ci eravamo illusi. Un pomeriggio ci misero “in appello” e subito dopo cominciammo la marcia dal campo ai confini cecoslovacchi, circa seicento chilometri. Non posso dirti quanti giorni impiegammo, avevamo perso la cognizione del tempo. So solo che dietro di noi lasciavamo una scia di morti. Ecco perché quella e tante altre simili furono chiamate “marce della morte”. Sopra di noi infuriavano le battaglie e le mitragliate degli aerei da caccia inglesi, americani e tedeschi, e noi dovevamo gettarci a terra, stare immobili sul ciglio della strada, mentre le SS si nascondevano terrorizzate dove potevano. Eravamo allo stremo. Per la disperazione avremmo voluto farla finita di nostra volontà: sarebbe bastato disporsi fuori riga o trasgredire il minimo comando. Attraversavamo borghi e villaggi, con gli abitanti che spesso ci sputavano in faccia. Di tanto in tanto mi voltavo per accertarmi che Rubino, più anziano di me, stesse bene. Mi sembrava ancora disposto a lottare. Anche in quella desolazione resisteva. Alla fine, niente è più forte della volontà di sopravvivere. Dopo una marcia serrata arrivammo a Troppau, nell’Alta Slesia. Ma poi sentii quella voce: “Andate avanti… Voi siete ancora giovani”. Capii che stava per cedere. All’alba ci rinchiusero in un mattatoio. Ricordo che cercammo di stringerci il più possibile l’uno all’altro, per scaldarci. Fu lì, in quel posto destinato a congelare i quarti degli animali macellati, che Rubino si prese una polmonite fulminante. Peggiorò rapidamente. Riprendemmo la marcia dopo un’ora. A intervalli sempre più frequenti, senza voltarmi, sentivo il rumore pesante dei nostri passi sovrastato dal breve crepitio dei mitra per quelli che non ce la facevano più a proseguire. Tuo padre fu uno di loro…». Fa una pausa. Ma l’espressione è ferma. Gli occhi asciutti, ma fissano qualcosa lontano. «Me lo ricordo, sempre più pallido, quando ha pronunciato le sue ultime parole. Erano rivolte alla moglie e a voi figli. Morì poco dopo. Era il 26 gennaio 1945» […].

[…] Una marcia della morte. I nazisti la organizzarono per trasferire i prigionieri da Auschwitz prima dell’arrivo dei soldati russi. Li costrinsero a marciare per giorni verso un altro campo, nel gelo impossibile, nella neve, con addosso soltanto abiti leggeri e logori, senza cibo, fucilando sul posto chiunque restasse indietro o cadesse lungo il cammino. Vedo mio padre… Non vorrei, ma come posso non vederlo? Lo vedo inginocchiarsi sulla neve, ormai svuotato di forze. Lo vedo abbandonarsi all’abbraccio gelido del terreno, un ultimo abbraccio, che gli sembra caldo, ora, come quello di una madre pietosa che lo nasconderà, lo proteggerà per sempre dalla crudeltà del mondo. Il tempo di un ultimo respiro, anche questo così caldo, un ultimo pensiero ai suoi cari, a mia madre, ai figli. Aveva quarantaquattro anni. Io ne avevo appena dieci […]”. 

Foto di Antonio Fiorenza e Sara Marcelli

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